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02 dicembre 2012

Ripensare la pastorale parrocchiale - 4

Luigi Berzano, s.d.b.
Nel 1974 un sacerdote salesiano, Luigi Berzano, poi destinato a diventare uno dei massimi sociologi italiani (oggi è professore emerito di sociologia del Dipartimento Culture, Politica e Società dell'Università di Torino), diede alle stampe per i tipi delle Edizioni Paoline un libretto dal titolo "Fede marginale in un paese cristiano".
Quel paese cristiano era Capranica. E la fede marginale quella dei suoi abitanti.
Il libretto reca infatti come sottotitolo "Appunti di una ricerca sulla religiosità degli abitanti di Capranica": 78 pagine di analisi sulla situazione socio-religiosa della comunità capranichese compreso un resoconto della missione cittadina che si svolse dal 18 marzo al 1° aprile del 1973 condotta dalle Figlie di San Paolo.
Ebbene, dall'interessantissimo libretto emerge come i capranichesi, già quarant'anni fa, avessero dei comportamenti tali da poter essere definiti come "clienti" della Chiesa piuttosto che testimoni del Signore Gesù (cfr. p. 41). Una fede, un'esperienza religiosa personale, intesa più alla maniera di chi va in Chiesa (intesa sia come luogo fisico ma anche metafisico) come si va al supermercato per acquistare beni e servizi: per l'estrema unzione per un morente pittosto che per il catechismo per i propri figli, o per partecipare ad un gruppo di catechesi piuttosto che per chiedere di partecipare al corso pre-matrimoniale.
Insomma, la Chiesa come un grande magazzino dove ognuno va, prende quello che cerca - lo compra, potremmo dire - e se ne torna a casa (non si sa se contento e soddisfatto...).
Ma la ricerca di Berzano poneva anche l'accento su come i capranichesi si recavano a questo grande supermercato soprattutto per abitudine - per mancanza di scelta, egli dice a pagina 39 - comprando sempre gli stessi prodotti spesso senza sapere perché. La ricerca, infatti, denotava come molte persone praticavano la Santa Messa senza conoscerne davvero le sue parti e il senso delle medesime, mentre evidenziava come il 65% dei capranichesi non avesse mai aperto la Bibbia pur partecipando alle funzioni domenicali. E quindi ecco che la partecipazione alla Santa Messa diventava - nel 1973 - solo un motivo per dare "...alla domenica un carattere festivo, garantendo una relazione pacifica e rassicurante con Dio" (p. 39).

A pagina 17, infine, Don Berzano riportava i dati della partecipazione alla Messa domenicale negli anni:
Nel 1971, secondo i dati ISTAT, la popolazione del paese segnava n. 3.787 abitanti

Ma anche le abitudini cambiano... e nel tempo le presenze alla Messa si sono progressivamente erose soprattutto in proporzione alla popolazione complessiva del paese.
Le rilevazioni che seguono le ho eseguite io personalmente nel 1992, 1999, 2007 e 2011:

Presenze alla Messa nel 1992
Presenze alla Messa nel 1999
Presenze alla Messa nel 2007
Presenze alla Messa nel 2011
 Il quadro riepilogativo dal 1963 ad oggi è quindi il seguente:

1963 - popolazione: 3.946 - praticanti: 1.488 (37,71%)
1972 - popolazione: 3.850 - praticanti: 1.092 (28,36%)
1992 - popolazione: 4.747 - praticanti: 1.005 (21,17%)
1999 - popolazione: 5.550 - praticanti: 937 (16,88%)
2007 - popolazione: 6.063 - praticanti: 929 (15,27%)
2011 - popolazione: 6.673 - praticanti: 827 (12,39%)

Ma al di là delle considerazioni demografiche (aumento della popolazione, diminuzione dei capranichesi d'origine, immigrazione da Roma, etc.), noi ci dovremmo interrogare in maniera molto approfondita, e soprattutto per immaginare nuovi percorsi di progettazione della pastorale parrocchiale, sulla composizione di questo piccolo resto d'Israele che frequenta le funzioni domenicali: da dove vengono, qual'è il loro grado di coinvolgimento nelle dinamiche ecclesiali (parrocchiali e diocesane), quali sono le motivazioni della loro partecipazione, etc...





04 novembre 2012

Ripensare la pastorale parrocchiale - 3: Descolarizzare il catechismo


Continuiamo il nostro discorso sul ripensamento della pastorale parrocchiale occupandoci di un tema molto delicato: il catechismo.

Abbiamo già detto che il catechismo va interamente ripensato e che forse varrebbe la pena, piuttosto che dedicarsi ai bambini (la cosa più facile), dedicarsi ai loro genitori.
Insomma, i sacramenti vanno chiesti perché ci si crede e non perché così fan tutti...
Ma affronteremo con calma anche questo argomento.

Oggi ci occuperemo della descolarizzazione del catechismo, ovvero della necessità di ribaltarne l'impostazione generale secondo schemi che più lontanamente possibile ricordino la scuola. L'idea è quella che, con un gioco di parole, il catechismo non dia l'idea della scuola.
Ma osserviamo la realtà, e lo facciamo, come sempre, analizzando ciò che si fa nella mia parrocchia (Capranica, un centro del viterbese alla falde dei Cimini).



Qui a Capranica, il catechismo viene strutturato nella maniera meno fantasiosa possibile.
Innanzitutto non ci sono "gruppi" di catechismo, ma "classi" di catechismo (e già dalla terminologia possiamo capire a che livello stiamo). All'inizio dell'anno scolastico il parroco, con la collaborazione delle istituzioni scolastiche locali, si dota dell'elenco dei nomi e cognomi degli alunni di ciascuna classe delle scuole elementari e medie. Ad ogni classe scolastica corrisponderà, dunque, una classe di catechismo (sic!).
Gli incontri vengono strutturati in "lezioncine" secondo un programma stabilito per ogni fascia di età (3^ elementare, 4^ elementare, 5^ elementare... e così via). Il programma va ovviamente portato avanti e completato indipendentemente dalle esigenze delle classi. Queste poi, risentono ab origine di qualche difetto di formazione già in sede di istituzione scolastica. Si hanno pertanto classi di tipo "A" (vorrei dire, di serie "A", ma lasciamo perdere), dove i bravi convivono con i bravi ("bravi" secondo il concetto scolastico della parola), e classi di tipo "B", in cui gli scarsi (sempre secondo il concetto scolastico del termine), coabitano con gli scalmanati, i problematici, nonché con un numero non giustificato di bambini stranieri... (con la possibilità che qualche "bravo" venga inserito comunque, in maniera del tutto casuale nelle classi di tipo "B"...). Come e con quali criteri vengono formate le classi non ci interessa saperlo - siamo sicuri che le istituzioni scolastiche facciano bene il loro lavoro - resta il fatto, comunque, che il risultato finale, quello che si palesa ai nostri occhi profani dell'arcana materia della "classazione" (ci si passi il termine), è tale da far constatare una certa differenza "di peso" tra i gruppi-classe formati.
Vi sono poi le classi "che si formano da sè", come quelle a tempo pieno, che accolgono i figli di tutti coloro che ne fanno richiesta, nell'ambito di un numero ristrettissimo di posti disponibili. Ebbene, le classi a tempo pieno diventano, quasi automaticamente e con facilità, classi di tipo "B", con un numero spropositato di bambini con situazioni familiari problematiche...
Insomma: in questo contesto si inserisce il catechismo, che ricalca pertanto in maniera perfetta la situazione scolastica.
Dulcis in fundo, la miscela viene sapientemente completata con l'ausilio - udite udite! - di catechisti che la mattina, a scuola, fanno gli insegnanti alle stesse classi alle quali fanno catechismo nel pomeriggio... Il catechismo diventa quindi una mera continuazione pomeridiana della scuola, dove i bambini continuano a chiamare le loro catechiste "maestra" come fanno la mattina in aula, e partecipano alla "lezioncina" con la stessa esasperata competitività inculcata loro dai genitori (nulla c'è di più deleterio che un genitore nell'esercizio delle sue funzioni di mamma o di papà preoccupati per l'educazione scolastica dei propri figli), secondo cui bisogna a tutti i costi essere "meglio" degli altri, essere "i più bravi" degli altri (non semplicemente bravi), essere "i primi".

Una digressione per far capire la situazione... Domenica scorsa, durante l'omelia (che il parroco cerca di semplificare il più possibile rivolgendo domandine ai bambini), una catechista (di professione ovviamente maestra elementare) seduta nel banco dietro al mio ha cominciato a suggerire le rispostine ai suoi "alunni" (diciamo le cose con il loro nome), trasformando quel momento in una gara per far vedere "quanto siamo bravi rispetto agli altri" e con il vivo compiacimento dell'ignaro celebrante (il quale credeva in buona fede che davvero questi bambini fossero così bravi...).

E allora, se questa è la situazione, vediamo come cambiarla.
  1. Le classi di catechismo vanno innanzitutto trasformate in gruppi. La scuola può essere utilizzata solo come canale per far arrivare le nostre comunicazioni alle famiglie, ma nell'ambito dell'inizio dell'anno catechistico. E piuttosto che incontrare i genitori dopo aver formato le classi (che come sappiamo sono già formate ex se), bisogna incontrarli prima di formare le classi allo scopo di specificare a chiare lettere che i principali attori dell'educazione cristiana dei loro figli sono loro stessi e che i sacramenti non sono un diritto ma una necessità. Non si chiede la comunione come si farebbe per un certificato di residenza o per una licenza edilizia (casi che, peraltro, richiedono stati e qualità personali ben definite dalla legge). Un certificato si "ha diritto" a richiederlo perché per la pubblica amministrazione è un "dovere" rilasciarlo e perché è del tutto irrilevante la disposizione d'animo con il quale si richiede; un sacramento no, perché lo si domanda alla Chiesa (che non è la pubblica amministrazione), con la consapevolezza di chiedere "qualcosa" che serve per la propria vita terrena e ultraterrena e perché necessita di una disposizione d'animo particolare (stato di grazia si chiama...). E la prima comunione dei figli va chiesta con coscienza, responsabilità e fede, e non fatta fare, come quasi tutti pensano, per conformarsi alla massa e perché se i nostri figli non la fanno si sentono ai margini rispetto a quelli che la fanno. Meglio non farla fare, allora, con scienza e coscienza, nonché con coerenza rispetto le proprie convinzioni e i propri comportamenti di vita, piuttosto che farla fare e testimoniare l'esatto contrario.
  2. I gruppi vanno formati con criteri che siano lontani dai concetti scolastici di "essere bravo" o di "essere somaro", preferendo al limite anche il sorteggio per formare compagini il più possibile eterogenee, anche al fine di evitare che le mamme (mi si rizzano i capelli per il terrore quando penso alle mamme!), chiedano di far mettere insieme i propri figli (sono amichetti/e... fanno tutto insieme...), si facciano gruppetti elitari, si escludano e si emarginino i problematici e i bambini con l'argento vivo addosso.
  3. Va evitato assolutamente che le maestre delle scuole elementari facciano il catechismo ai bambini delle loro classi. Preferibilmente le maestre elementari dovrebbero essere impiegate nelle medie, ma in carenza di "risorse umane" possono essere utilizzate in fasce di età che non seguono nell'ambito della scuola (che ci vuole ad assegnare a una maestra di 4^ elementare, bambini di un anno più grandi o più piccoli?). 
  4. Vanno evitati metodi ed approcci scolastici. Già pretendere che i bambini non ti chiamino "maestra" o "maestro" sarebbe cosa grande (i miei mi chiamano semplicemente per nome, li ho abituati subito...). Va utilizzata una catechesi coinvolgente, che aiuti i bambini ad entrare negli argomenti con gli strumenti che sono loro più familiari, utilizzando pc, videoproiettori, internet, giochi... facendo far loro "esperienza" di ciò che gli viene insegnato. Insomma, va portata avanti una catechesi che tecnicamente si definisce "esperienziale", come quella abbracciata da tempo dall'Azione Cattolica (nel settore A.C.R.), ma senza gli infantilismi e le castronerie da cui questa è afflitta da un po' di anni (ovviamente per responsabilità dei suoi interpreti). Inoltre gli argomenti possono anche essere affrontati con un gioco o un canto, semplicemente in cerchio, senza tavoli (banchi?) che separino i bambini.
  5. Vanno coinvolti i genitori, anche invitandoli agli incontri, affrontando con la loro presenza gli argomenti da trattare (anche perché sarebbero e dovrebbero essere loro, i genitori, l'oggetto principale della catechesi, non i bambini).
  6. Accanto a tutto questo poi, bisogna assolutamente scrollarsi di dosso la sindrome del risultato. A scuola ci si aspettano dei risultati dai propri allievi, che vengono valutati con le votazioni dei compiti e con le pagelle. A catechismo invece bisogna accontentarsi di testimoniare e basta, di seminare senza pretendere di vedere il frutto della semina, di gettare le reti per una pesca che solo l'intervento miracoloso di Gesù può far diventare abbondante. Insomma, bisogna fidarsi ed affidarsi, senza cadere in depressione se i bambini che ci sono affidati sembrano non recepire, hanno difficoltà a comprendere, non sono supportati dalle famiglie... (anzi, bisogna diffidare dei bambini affetti da "sindrome da primo della classe", che tanto furbescamente hanno già imparato a rispondere con ciò che fa piacere all'insegnante, e aiutarli a capire che almeno a catechismo non c'è competizione...).
  7. Altro limite da superare è il "tutto va bene per tutti". Mi spiego. Ogni bambino è un mondo a se, fatto di una storia personale e familiare diversa e di un grado di maturità intellettiva e affettiva diversa. Ogni bambino ha i suoi occhi per guardare il mondo e per elaborare la realtà che lo circonda, con strumenti diversi da altri e che impongono un'attenzione diversa da parte del catechista nel trasferire le basi della fede. Insomma, non possiamo far finta di spiegare la "lezioncina" accontentandoci solo delle rispostine (che, abbiamo detto sopra, a volte sono date in maniera molto ruffiana e paraventa) che ci danno i bambini che sembrano più bravi e ricettivi. Dobbiamo aspettare tutti, senza lasciare indietro nessuno, personalizzando il più possibile i rapporti e i percorsi. La nostra non è una comunicazione accademica, uno-a-molti, ma uno-a-uno, attenta all'altro. E così, è chiaro che non posso parlare ai bambini di chi è il nostro prossimo, senza aver riconosciuto in loro il mio prossimo: una persona che merita attenzione, rispetto, disponibilità all'ascolto.

22 ottobre 2012

Ripensare la pastorale parrocchiale - 2


Se invece di voltarci indietro, guarderemo avanti,
se invece di guardare le cose che si vedono,
avremo l'occhio intento a quelle che non si vedono ancora:
se avremo cuori in attesa, più che cuori in rimpianto,
nessuno ci toglierà la nostra gioia,
poiché noi siamo nuove creature nella novità
sempre operante del Signore.

Don Primo Mazzolari

Apro questa seconda puntata di "Ripensare la pastorale parrocchiale" con un pensiero di Don Primo Mazzolari.
La "tromba dello Spirito Santo nella bassa mantovana", come lo definì Giovanni XXIII, ancora una volta si dimostra uno straordinario profeta dei nostri tempi.
Don Primo non ha fatto in tempo a vedere il Concilio Vaticano II, eppure metteva già in guardia da quel vizio assurdo che toglie il respiro alla pastorale parrocchiale, gli leva il coraggio, la strangola fino ad ucciderla: la nostalgia.
La nostalgia è una brutta bestia. Ma noi cristiani dovremmo esserne esenti.
Dovremmo vivere con consapevolezza nel già e nel non ancora, nel qui e nell'adesso, con l'aratro diretto verso un terreno ancora vergine, che rifiuta la lama del vomere ma che per questo deve essere faticosamente e con tenacia, dissodato e conquistato alla semina...
Mi ricordo, nel '96 a Roma, una definizione della pastorale per bocca dell'allora rettore del Pontificio Collegio Leoniano di Anagni, Mons. Francesco Lambiasi (oggi vescovo di Rimini, già assistente generale di A.C.). Di quella stessa che si svolge nelle nostre parrocchie, non qualcosa di astratto e teorico. In sede di Commissione per il Laicato della Conferenza Episcopale del Lazio stavamo confrontandoci con il documento dei vescovi italiani "Comunicare il vangelo in un mondo che cambia", gli orientamenti pastorali per il decennio 1996-2006 dopo il convegno ecclesiale di Palermo. Ebbene, mai definizione fu tanto efficace quanto impietosa: una pastorale "lagrimosa".
Lambiasi rimarcò particolarmente questo difetto della pastorale nelle nostre parrocchie, spesso ancora voltata all'indietro, à la recherche di quelli che furono i numeri straordinari della Chiesa italiana del primo dopoguerra, e che non potevano tornare più, dipingendola così lagrimante tanto da rinchiudersi in se stessa e rimanere assurdamente finalizzata alla conservazione dell'esistente.

Nella mia parrocchia è proprio così.
Siamo perennemente rivolti ai "bei tempi" che furono e che non torneranno mai più.
Da noi, soprattutto, non ci riusciamo proprio a scrollare di dosso esperienze di un glorioso passato che furono efficaci ed esaltanti in un determinato periodo storico, con una determinata classe sociale, una determinata generazione, determinate persone. Esperienze che si sono svolte nel pieno dei travagliati anni Settanta e che hanno portato frutto fino alla metà degli anni Ottanta.
Ebbene il parroco - qui a Capranica ininterrottamente dal 1965 - pensò bene trent'anni dopo, nel 2007, di cercare di riprodurre tali esperienze, dopo anni di Azione Cattolica, lanciando una pastorale giovanile fatta di gruppi spontanei. Il guaio è che alla guida di questi gruppi furono chiamati sessantenni, e alcuni altri nostalgici della belle epoque della nostra parrocchia. E con tutto il rispetto per i sessantenni... non mi sembra che la cosa potesse iniziare all'insegna della novità: vino vecchio in otri vecchi.
Il risultato? Si è visto a distanza di cinque anni: durante l'estate del 2012 non si sono praticamente fatti campi scuola, la pastorale giovanile è agonizzante vieppiù, i responsabili dei gruppi sono invecchiati ma ancora non mollano, al vescovo gli si racconta che va tutto bene e il parroco si inventa improvvisamente di trasbordare coattivamente tutto l'ambaradan nell'Azione Cattolica contro la volontà di tutti (sia dei responsabili dei gruppi spontanei, sia della stessa Azione Cattolica), con la motivazione che solo l'A.C., durante l'estate, è riuscita ad organizzare campi scuola.

Per rifondare davvero la pastorale parrocchiale, bisogna quindi per prima cosa avere il coraggio della novità e il coraggio di non voltarsi mai indietro.
Se continueremo a guardare al passato, a rispolverare formule che non sono per tutte le stagioni, a dirci: "quanto era bello prima...", "ai nostri tempi...", "noi più vecchi...", "a noi piaceva tanto...", allora non possiamo andare da nessuna parte. Siamo destinati a rimanere schiacciati dai sassi con cui sono fatte le nostre chiese che prima o poi ci crolleranno addosso.

Quindi la parola d'ordine è: niente nostalgia. Guardiamo al futuro e prima ancora guardiamo a questo nostro tempo per imparare a "leggerlo" per cogliere "i segni" di salvezza attraverso cui lo Spirito imperscrutabilmente comunica con noi. Con coraggio, con fatica, con forza, con ostinazione. Solo così "nessuno ci toglierà la nostra gioia, poiché noi siamo nuove creature nella novità sempre operante del Signore".



14 ottobre 2012

Ripensare la pastorale parrocchiale - 1


Cinquant'anni dall'apertura del Concilio.
Ma cosa hanno raccolto le nostre parrocchie da questa straordinaria esperienza della Chiesa?
Hanno fatto proprio il messaggio dei Padri conciliari o sono ancora ferme al 10 ottobre 1962?
Sono riuscite ad impostare una pastorale veramente efficace ed in grado di incidere sulle anime e sulla società?

Secondo la mia esperienza di laico, nella pastorale parrocchiale molta è ancora la strada da fare.
Tanto c'è ancora da lavorare per arrivare a realizzare la "Chiesa bella del Concilio".
E sicuramente uno dei punti su cui c'è da insistere - e tanto - è quello dell'abbandonare il prima possibile la pastorale parrocchiale incentrata sui sacramenti.
Le nostre parrocchie sono dei "sacramentifici", delle fabbriche in cui si producono sacramenti.
Tutto ruota intorno a questa produzione che annualmente sforna prime comunioni, cresime, battesimi e matrimoni. Come se fossero dei numeri di efficienza produttiva da raggiungere assolutamente a soddisfazione dei bisogni del mercato. Quest'anno abbiamo fatto 56 comunioni, 60 cresime, 35 matrimoni, 27 battesimi...

E' troppo forte quello che dico? Irriverente?
Allora vi dico come si svolge l'anno pastorale in una parrocchia qualunque: la mia, a Capranica, in provincia di Viterbo.

All'inizio dell'anno vengono raccolte le iscrizioni al catechismo.
Due cicli: il primo per i bambini delle elementari che si preparano alla prima comunione; il secondo per i ragazzi delle medie che si preparano alla confermazione (cresima). Su questi due sacramenti si concentra il grosso dello sforzo parrocchiale, con notevole impegno di uomini e mezzi, come si direbbe dal punto di vista produttivo.
Una volta all'anno, di solito in febbraio/marzo, viene organizzato un corso in preparazione al matrimonio, per le coppie di fidanzati che si sposeranno entro l'anno o a breve.
Per i battesimi, il parroco pensa di volta in volta a fare una breve catechesi personalizzata ai genitori che chiedono il sacramento per il loro figlio.

Accanto alle attività parrocchiali esistono movimenti (Neocatecumentali, Rinnovamento nello Spirito Santo), che utilizzano le strutture parrocchiali ma che, di fatto, svolgono una propria pastorale orientata agli adulti. E' attiva poi l'Azione Cattolica, che opera a servizio di bambini e ragazzi delle medie e delle superiori. Ci sono infine il gruppo dei terziari francescani e una serie di centri d'ascolto, entrambi eredità della missione cittadina guidata dai francescani nel 2005/2006.

In pratica, dunque, con una pastorale così i punti di contatto con la parrocchia di una persona durante la sua vita, sono assai rari.
Dopo l'iniziazione cristiana, all'indomani della cresima, c'è subito il primo liberatorio allontanamento. Il grosso del numero dei ragazzi non vede l'ora di finire il catechismo e di sparire definitivamente dall'orizzonte parrocchiale. Ritornano qualche anno dopo solo quelli che decidono di sposare in Chiesa. Dopo il corso fidanzati si sparisce di nuovo e si tocca nuovamente la parrocchia quando si decide di far battezzare i figli. Piccolo momento di contatto con il parroco e poi di nuovo via. Ci si volatilizza fino all'avvio del catechismo per la prima comunione, in terza elementare.
Questo è il punto di contatto di maggior durata, circa sei anni se si considera la preparazione alla prima comunione insieme a quella alla cresima. Dalla cresima dei figli in poi... di nuovo buio. Si chiamerà il parroco solo per far amministrare il sacramento degli infermi ai propri cari malati o per il funerale di qualche parente...
Complessivamente questo tipo di pastorale, orientata esclusivamente alla preparazione ai sacramenti, offre quindi ben pochi punti di contatto con le persone...
Restano poi da vedere ed analizzare le motivazioni per cui si chiedono i sacramenti per i figli.
E questo è un argomento davvero spinoso.
E' chiaro che molti lo fanno soprattutto perché tutti fanno così, ovvero per conformarsi e basta, e quindi senza convinzione personale. Ma è anche vero che finché questo stato di cose non viene a cambiare, con tutta l'impostazione della pastorale, sarà sempre così.

Pensate che quello che ho scritto non sia vero? Che non sia così? Ovvero che le nostre parrocchie non siano sacramentifici? Allora per dimostrarvi che è così vi parlerò del sacramento della confermazione.
Lasciamo infatti da parte sia il battesimo, sia la prima comunione.
La confermazione, per sua natura, ha bisogno di una maturità intellettuale ed umana maggiore di quella necessaria per ricevere la prima comunione.
Nella mia parrocchia la cresima si riceve in terza media, a 13 anni. In altre parrocchie della mia diocesi (Civita Castellana), il sacramento viene amministrato in seconda o addirittura in prima media. Quando però si comincia a discutere di spostare la data alle scuole superiori perché, appunto, la cresima va ricevuta con pieni sentimenti e intenzioni, tutti cominciano a storcere il naso. Come fai a tenere i ragazzi per così tanto tampo se è già difficile tenerli fino in terza media? Si perdono, si dice. E dopo la terza media non si perdono lo stesso? La maggior parte si. Quindi non si ha il coraggio di prendere una decisione seria in merito solo perché si ha paura di sguarnire una parte della fabbrica dei sacramenti. Perché non si ha il coraggio di dire: basta, da oggi in poi la cresima si amministra a chi la chiede in tutta maturità, minimo a 18 anni di età. Perché, dunque, si ha paura di perdere un pezzo della collaudata catena di montaggio. Ecco perché.

Eppure bisognerebbe avercelo questo coraggio. E bisognerebbe avere anche il coraggio di non amministrare i sacramenti a chi non dimostra di chiederli per fede. Ma come si fa a giudicare le intenzioni dei cristiani? Come si fa a dire: tu si, tu no? Tu sei promosso e tu bocciato? (bruttissima l'analogia con la scuola!)
Problemi di coscienza di non facile risoluzione...

E vi siete mai domandati perché la pastorale delle nostre parrocchie è così strutturata?
Pensateci un attimo. La soluzione è molto semplice.
Perché è la cosa più facile da fare.
Perché è molto più agevole far catechismo ai bambini eppoi ai ragazzi piuttosto che confrontarsi con i problemi degli adulti, delle famiglie, degli ultimi, dei lontani.


Ma allora qual'è la soluzione?
La risposta è un ripensamento complessivo della pastorale, una sua rifondazione, una vera e propria rivoluzione delle nostre parrocchie, che passi per un nuovo progetto della catechesi, dinamico, propositivo, moderno, adattabile e soprattutto  concettualmente diverso da quello attuale.
Non possiamo far finta di dimenticarci che dal Concilio ad oggi sono passati 50 anni.
Non possiamo far finta di niente di fronte ai profondi mutamenti della nostra società.
Non possiamo far finta di non capire che se il Vangelo rimane sempre il medesimo, le modalità con cui portarlo alla gente vanno assolutamente adattate agli uomini di oggi.